Descrizione Progetto

A me interessa molto il futuro, è lì che passerò il resto della mia vita

(Luca Tomassini)

Virtualmente contravvengo alle disposizioni del Governo e mi metto in viaggio per Orvieto. Porto con me l’autocertificazione. Per chi vive questo tempo sospeso insieme a me, sa di cosa sto parlando. Un documento in cui dichiari il motivo del tuo spostamento. E leggo, tra le motivazioni, quella dell’assoluta necessità e del motivo di urgenza.

Necessità ed Urgenza mi conducono velocemente nell’unico posto in cui, in questo momento, sento di traslare il mio cerchio del “Cera una volta…Vetrya”. Necessito riviverlo e sento l’urgenza di sospendere per un momento il tempo della Pandemia.

Mi sorprendo vedere che nonostante lo smart working, tutto parla di Vetrya e dei suoi ragazzi. Deve essere Luca. Avrà pensato ad ologrammi particolari per riempire quel vuoto. La musica suona e le rose sono fiorite. I libri raccontano pause illusorie e l’immaginazione riproduce l’aroma del caffè e il tintinnio del cucchiaio che scioglie lo zucchero. Per osmosi se ne apprezza la gradevolezza. I cerchi in policarbonato giocano, incuranti, con le loro trasparenze e colori. La rupe li osserva e si bea del verde del prato in cui si riflette. Corro da un Corporate all’altro. Mi sento libera. Mi sento a casa. C’è un posto, però, in cui voglio rifugiarmi. Per Necessità ed Urgenza. Trasgredisco, sì, ma con diligenza e coerenza.

È la postazione radio. Ho sempre sognato di lavorare in radio. Non so perché non ho mai approfondito questa cosa. Non so perché poi la mia Essenza si è servita della scrittura. Ma in Vetrya, tutto è possibile. Per cui mi siedo. In regia, immagino Luca e Katia. Dinanzi a me un microfono. Affido così la mia voce. Affinché nella trasformazione da analogico a digitale, possa restare per sempre. Senza editarla. E, possibilmente, con tutti rumori di sottofondo. Tutti quelli che fanno di Vetrya una nuova Bottega d’arte.

“Caro Leonardo,

ti parlo dal Futuro. Parlo a Te che in questo tempo sospeso, inizi a camminare. Ad esplorare il mondo. A conquistare spazi sconosciuti. A raggiungere piccole e misurabili mete. Con costanza. Insegnandomi quanto sia necessario fallire. Aprendomi nei tuoi fallimenti infinite albe di perseveranza. A te che inizi a sostituire le onomatopee con svariate e fantasiose costruzioni grammaticali. A te che hai già fame di conoscenza. A te che sei istinto. Potenza. Che sei mille possibilità di essere ancora. Che sei un orizzonte di significati. A te che sei forma divina e mistica. A te ed al Futuro che rappresenti lascio questo messaggio. Ho visto il futuro, qui. L’ho sentito scorrere tra le dita. Mi ha spaventato. Perché tutto ciò che non conosciamo spaventa. Leggerai di questo duemila e venti di una Pandemia. Leggerai, e sarà Storia per te, di gente ai balconi che cantava immaginando di abbracciarsi. Leggerai di chi non ce l’ha fatta. Leggerai di addii che non saranno mai addii, sospesi tra il desiderio di un ultimo saluto e la rabbia di non averlo potuto dare. Vedrai il Papa solo, in preghiera. E, in qualunque religione tu crederai, ti sentirai suo discepolo, suo figlio. Perché sentirai la fratellanza a cui aggrappa ogni speranza per uscire dalle tenebre. Sentirai come quell’amore si sia plasmato in vite dedite all’emergenza: medici, infermieri, biologi, cassieri dei supermercati, forze dell’ordine, trasportatori. Sentirai un popolo unito. Impaurito. Smarrito. In preda ad una tempesta che scopre ogni apparenza. Ogni vano tentativo di essere chi non siamo. Sentirai come questo tempo sospeso sia il tempo per le nostre scelte. Mentre tu incurante batti le mani, il mondo combatte una delle guerre più difficile che l’umanità abbia conosciuto. Ed ogni volta conto quante volte batti le mani. Per scandire il tempo che ormai scorre lentamente, quasi a scomparire. Ad ogni battito rubo la tua innocenza ed immagino questo mondo dai tuoi occhi. Ed i tuoi occhi, adesso, hanno un posto fisso, al quinto piano. Su uno dei tanti balconi italiani. Ma tu scorgi l’azzurro del cielo, le nuvole. Arricci il naso se il vento soffia. E allora corro qui. In Vetrya. Per Necessità ed Urgenza. Devo dirtelo. Devo dirlo a te e al Futuro che rappresenti. Questo Mondo è meraviglioso. Ed io ti parlo dal Futuro. Qui è già domani. Le persone son migliori di ieri. Gli abbracci stringono più di prima. Il Pj20 tracer non emana segnalazioni di allarme ma note musicali di emozioni. Ti scrivo da questo Futuro affinché tu e il Futuro che rappresenti possiate venirci. Segnatelo: Via dell’innovazione numero uno, Orvieto. Qui lavorano perché possiate ereditare un posto migliore, voi nativi ambientali. Vetrya è il mio posto in cui poterti dire che ne vale la pena. Vale la pena combattere per questo Mondo. Con ogni arma in grado di generare Bellezza. Lascio qui le mie, le parole. Non affido ai posteri, l’ardua sentenza. Ad essi lascio le micro dosi d’innovazione. Mi sorridono anche Luca e Katia dalla regia. Sì lascio a loro le micro-dosi, il “farmaco Vetrya”: micro dosi d’innovazione. Piccole compresse di 15 mg . 50 mg di principio attivo d’innovazione; 10 mg di passione; 30 mg di follia; 40 mg di creatività; 50 mg di professionalità. E, soprattutto, nessuna controindicazione. Le lascio accanto alle Rose, sarà facile trovarle. E sulla scatola ci scrivo: “C’era una volta…Vetrya. Futuro, ancora prima di esserlo per gli altri”

Ciao Leonardo, che tu possa incontrare il tuo Luca e la tua Katia, come è successo a me”.

Mi congedo da Luca. Mi congedo da Katia. Li abbraccio. Virtualmente posso. E ne approfitto. Chiudo la finestra. Il mio cerchio adesso è lì ad Orvieto a forma di abbraccio. Al sicuro. Chiudo la finestra. È tardi. Domani. Domani torneremo a sentire il profumo delle rose. E sarà bellissimo.

Da una finestra, 20 aprile 2020.

Grazie Luca. Grazie Katia. Grazie Vetrya.

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