Descrizione Progetto

L’opera lascia che ci immedesimiamo in essa strappandoci dall’abituale.
Acconsentire a questa immedesimazione significa: trasformare i nostri rapporti abituali col mondo e con la terra,
sospendere ogni modo abituale di fare e di giudicare, di conoscere e di vedere,
per soggiornare nella verità che si storicizza nell’opera

(Piero Montani)

“In questa epoca, segnata dalla tecnologia, la cultura, il bello e l’arte faranno la differenza”. Mi distoglie così, e con qualche nota al piano, Katia Sagrafena. Il motore, il cuore di Vetrya. Nel mio viaggio qui in via dell’Innovazione lei è in ogni parte io riesca a soggiornare con il pensiero. Ubiqua, come Luca. È Bellezza. È Gentilezza. È un vulcano in esplosione. Di idee. Di emozioni. Di positività. Di carezze. È un portento. È Sapere. È competenza. Digitale e Umana. È Vetrya. È quella linea immaginaria che unisce tutti i punti del mio cerchio del “C’era una volta …Vetrya”. Quella linea continua che lo impreziosisce e lo definisce. Della Fondazione, lei è “luogotenente” della Bellezza. Ideatrice del metodo Luca-Katia.

Il metodo Luca-Katia è un metodo di indagine della realtà, nella specificazione dell’umano pensiero, per giungere al principio regolatore. L’Amore. “L’Amor che move il sol e l’altre stelle”. Il metodo Luca-Katia abbraccia ogni forma di materializzazione dell’Amore. Lo accoglie, lo accudisce ed, infine, lo ingloba. È così che unisce digitale e cultura. L’amore come un potente contafili, in grado di apprezzare la qualità e la fittezza delle trame della vita. In fondo si occupano di Rete. Si allenano in lungimiranza. Vivono in via dell’Innovazione e al posto degli obsoleti occhiali 3D indossano il più moderno contafili attraverso cui riescono sempre a vedere la qualità di ogni connessione.

La Fondazione nasce nel 2017. Cultura digitale, occupazione e progetti sono le macro-aree di cui si occupa. Una cultura onnicomprensiva. Dalle Digital Inclusion, le Digital Skills, Digital Competence alla presentazioni di libri, all’arte contemporanea.

È forse questo “il salto di specie”. Il legame con l’arte contemporanea. Il legame con una verità che si rivela per poi nascondersi.

La Fondazione, come ogni area in Vetrya, si connette con le altre. A nulla, infatti, servirebbe quel pensare metafisico di cui l’Academy si fa centro di propagazione. Cos’è l’arte se non la forma e materia di un’anima? Di un se. Di un perché. Di una riserva di senso che fuoriesce dall’oscurità. E non c’è tempo, né spazio in cui difronte ad un’opera d’arte non sentiamo un urto che ci scuote. Scuote le nostre aspettative. La nostra coscienza rimbalza e si interroga. Non c’è statua, templio, quadro che non faccia vacillare le nostre consuete opinioni. Non c’è colore che non modifichi la nostra percezione delle cose.

Mentre scorro le immagini degli eventi susseguitesi in questi anni nella Fondazione, alzo gli occhi verso Katia e vedo nel suo sguardo un orizzonte di sensi. Erano lì, tra le mille parole che avrebbe voluto cercare di affidarmi per consegnarmi l’essenza di questo progetto. Mi è bastato poco per capire quanto ci tenesse. Mi è bastato poco per capire perché, tra tutte, sceglie l’arte contemporanea. E mi è bastato poco, non perché fosse scontato. Ma perché certe emozioni sono tangibili. Così come certi percorsi dell’anima che profumano se li attraversi. E, se li attraversi, ti danno sempre l’appuntamento per un incontro meraviglioso. Ecco, l’incontro.

E l’incontro con l’arte è l’essenza della Fondazione. Non le forme stabili della mimesis che rispecchiano valori eterni ed universali ma una verità che per vivere necessita del fruitore. Della sua contemplazione. Della sua interazione. È questo l’incontro. L’arte contemporanea è un’irruzione nell’ovvio. È discontinuità. È esperienza. È il modo per aprire uno spazio nella ricerca della propria verità. Come se l’oggetto fosse irrilevante. Come se fosse solo un pretesto per diventare esperienza. Unica. Irripetibile. L’arte, così concepita, non è ripetizione di una realtà data. È intuizione della realtà. Una realtà che il fruitore può “abitare”. Attivare. Sperimentare. Per viverla personalmente. Per ridisegnare in quelle forme il proprio orizzonte del tempo lasciando che danzi sul piacere estetico. Così Kant descriveva la catarsi verso il Sublime. Così Schopenhauer vedeva nell’arte un’ancora di salvezza dalla volontà e i suoi paradigmi. L’arte è una creazione che storicizza una verità. Una verità che non è assoluta e non è solo quella dell’artista. Ha in sé un duplice tempo: quello della creazione e quello della fruizione. È ciò che le restituisce un eterno presente. Un presente di cui qui si è protagonisti. Perché la tecnologia diventa una possibilità. La possibilità di decidere di far parte dell’opera. Di decidere di spegnere e fruire del buio e delle proiezioni immaginarie che restano come scie in un cielo notturno.

In Vetrya, l’incontro non è solo tra l’artista e il fruitore. È un incontro tra competenze. Tra ingegneria, tecnologia e creatività. È uno scambio che porta alla salvezza. La catarsi della temuta “tecnica” dei filosofi. Che porta a dire “No, la filosofia non è morta. E nemmeno l’arte”. Qui, rivive. Nel progetto, nell’allestimento e nella “folgorazione”. Sì, perché quando arriva il fruitore viene folgorato. Viene catapultato in un tempo proprio. Che prescinde dal momento. Un tempo che lo riporta “alla notte dei tempi”. Alla ricerca della propria esperienza. Quel contesto interattivo, figli di un sapiente binomio tecno-arte, è il tempo spazializzato in cui l’opera si rivela. È una contemplazione interattiva, che vede qui i suoi natali. Nella culla del digitale e del futuro. Una contemplazione che dimentica le affordances attivando una sincronia dei gruppi neuronali guidati dal valore edonico dello stimolo. Un’interazione che lascia il cervello in un particolare stato di riposo che gli consente di “passeggiare” tra le diverse aree del tempo che gli appartiene. Un’interazione che finisce con il dimenticare l’oggetto per perdersi nel soggetto. Un soggetto fruitore che ridà una nuova interpretazione all’oggetto. Nulla di tutto ciò sarebbe possibile in qualunque luogo. Non è facile camminare in una realtà oscura. È necessario un luogo sicuro in cui esperire il proprio sé. In cui sincronizzare le sinapsi. In cui abbandonarsi ad uno stato di piacere estetico. Vetrya si candida ad esserlo. Perché è in grado di riportarti alla “notte dei tempi”, invitandoti a “sentire” l’arte. Per attraversarla. Per rubarla. Per lasciarla lì. Lì, dove il kairos scandisce il tempo e l’arte apre a mondi paralleli. Mondi che non si fermano nemmeno in Pandemia duemila e venti grazie all’ #Lartenonsiferma, la call di Vetrya, per gli artisti. Dei video realizzati con uno smartphone che diventano essi stesi opere d’arte. Perché l’arte è verità che si storicizza. È l’anima che cerca la via per esprimersi. Esperienze sonore, tattili, visive. Esperienze di solitudine, di dialoghi con il proprio io. L’arte non si ferma e nemmeno il pensiero. E la quarantena, diventa così la notte dei tempi. Da Raccontare. Da reinterpretare. Per lasciare un segno. Per aprire un mondo. Sempre nuovo. Sempre vero. In ogni tempo. Perché l’arte è un eterno presente nel tempo di chi la fruisce.

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