Descrizione Progetto

“Ho raccolto le sfide, anche quelle che non erano dirette a me.
Ma forse la cosa più bella che sono riuscito a raccogliere è la compagnia di altri viaggiatori che seguivano la mia stessa folle bussola.
Ed oggi sono qui. Immerso nella voglia di continuare ad alzare la testa per vedere oltre questo che cosa c’è ancora.
Perché continuo ad avere in valigia un orizzonte e la consapevolezza folle che non finisce mai tutto li.”
Luca Tomassini

Katia e Luca Tomassini

Katia e Luca Tomassini

C’era una volta…Vetrya

Quando ho iniziato a scrivere di Vetrya non potevo immaginare di iniziare con un “C’era una volta”. Non potevo immaginare di dovermi trovare, d’improvviso, nel “dopo” quel “c’era una volta”. Un prima ed un dopo che non lasciano nemmeno lo spazio temporale di adattamento. Come se coincidessero. Per escludersi. Per annullare persino quella suspense che normalmente annuncia il dopo. Per chi ha come armi le parole, il tempo, si sa, diventa nullo o terribilmente infinito. È una condizione spaziale, quella della scrittura, in cui il tempo è amico e nemico, contemporaneamente. Ma il “C’era una volta…Vetrya”, è un tempo ben preciso che ho racchiuso all’interno di un cerchio. Mi ci sono seduta dentro, al centro. Un’equidistanza necessaria per focalizzare la continuità dei punti. Li ho percorsi tutti. Ho soggiornato su ognuno di essi. Presto, mi sono accorta che quel “C’era una volta” non era solo di Vetrya. Ma dell’Italia. Del Mondo. L’undici marzo duemila venti, in un pomeriggio affannato, il direttore generale dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) Tedros Adhanom Ghebreyesus, in una conferenza stampa, ha dichiarato esserci una Pandemia. Si chiama COVID-19. Per chi condivide questo tempo con me, lo ricorderà come il coronavirus e basta. Che si possa approfondire la conoscenza o restare semplice spettatore incredulo che volutamente ignora, lo si racconterà sempre come il tempo del Coronavirus. Non è questa la sede per disquisizioni scientifiche, né tantomeno posso azzardarmi a riportare qualcosa che resti negli anni senza farmi attraversare dalle emozioni che sto provando. Chi scrive, chi scrive con il cuore, spesso ha la propria finestra attraverso la quale guarda il mondo. Questa volta la mia finestra è diventata molto simile alla finestra di tutti gli Italiani perché l’undici marzo duemila venti, il nostro Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, emana il decreto #IoRestoaCasa, ordinando la chiusura, fino al 25 marzo, su tutto il territorio nazionale, di tutte le attività di ristorazione e di tutti i negozi, tranne quelli che assicurano servizi essenziali, quali gli approvvigionamenti alimentari, le farmacie, parafarmacie, le edicole, le tabaccherie e altre attività di prima necessità riportate negli allegati 1 e 2 del decreto.

Quante volte ci siamo detti “io resto a casa”? Adesso è diventato un obbligo morale e sociale. Sono sicura che già l’otto marzo duemila e venti molti erano a casa. Il Presidente Conte dichiarava, in un decreto, la Lombardia e Province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio nell’Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbanio-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso e Venezia “zone rosse” chiedendo di evitare in modo assoluto ogni spostamento in entrata e in uscita, salvo se motivati da indifferibili esigenze lavorative e di emergenza. Di questo decreto in rete la sera prima circolava una bozza e tanti, tantissimi italiani, impauriti, si sono precipitati alla stazione per raggiungere i propri cari. Al Sud. Treni affollatissimi. Come affollatissimo era il mio sistema limbico, in preda ad una impaurita amigdala quando già il diciannove febbraio duemila e venti, a Codogno(Lodi), è stato ricoverato il cosiddetto paziente numero 1. Scuole chiuse, strade deserte.

Quante volte abbiamo desiderato vedere le nostre città silenziose? Quante volte ho guardato dalla mia finestra ed ho desiderato vedere il colore delle siepi lungo le strade. Mentre scrivo, dalla mia finestra, vedo le siepi, sì ma non solo. I miei occhi riescono vedere il silenzio. Prima che all’udito, colpisce proprio alla vista. Perché, noi Italiani, questa volta siamo davvero rimasti a casa. E la nostra assenza si vede, ancora prima di farsi sentire. Ed in questi giorni così tristi, timorosamente ci si affaccia ai balconi, alle finestre ed improvvisamente ci si accorge del colore dei capelli del vicino di casa o della signora che innaffia le piante. Quando si rientra dentro, però, la tv, i social ci fanno catapultare nuovamente nella pandemia in cui viviamo e ci si addormenta in attesa di riaprire il balcone. La vicina di casa, adesso, ha un volto troppo familiare per rinunciarvici. Così tanto che, spesso, immagino di farla sedere accanto a me nel mio cerchio del “C’era una volta…Vetrya”.

Proprio mentre riprendevo fiato per raccontarle questa storia, il mio cerchio, d’improvviso, divenne un grande Gong. Davvero mi sentii rintronata e scossa al punto tale che mi vibrava anche l’anima. Non poteva che essere Luca. Luca Tomassini, fondatore, presidente e amministratore delegato di Vetrya. Quando ho conosciuto Luca era aprile. Un aprile pieno di sole e profumi. Lo stesso che si produce ora con il Gong. Perché, proprio mentre tutti siamo a casa ad aspettare, Luca arriva sempre con il cuore. Lo stesso con cui ha costruito Vetrya. Questa volta arriva con un video messaggio. Per chi non conosce Luca, questo è il modo migliore per attraversare la sua anima. È seduto, con l’eleganza che caratterizza un uomo d’affari. Alla sua destra il suo Pepper, un robot con il quale ancora devo entrare in piena sintonia perché, per deformazione professionale, stento ancora a vederci l’anima. Ma sarà per poco, perché credo che prima o poi Luca mi insegnerà anche questo. Sì, perché difronte a lui non puoi che apprendere. Anche nella gestualità. Mentre guardo questo video, mentre seguo come se fossi dinanzi ad un direttore d’orchestra, mi accorgo di quanto fossi posturalmente provata e di quanto sentissi la necessità di correggermi fisicamente, prima ancora di pretenderlo dalla mente. Prontamente, quindi, mi metto in ascolto. Con il cuore, soprattutto.

Luca è un imprenditore lungimirante. Una lungimiranza non solo negli affari ma anche nelle connessioni umane. Ricordo la prima volta che lo incontrai mi sentii subito a casa. E mai avrei pensato di ricevere il dono di poter raccontare la storia della sua Impresa, umana e professionale. Ma penso che lui già lo sapesse, a quel primo incontro. E sono sicura che nel registrare questo videomessaggio, si sia visualizzato difronte ogni singolo componente della sua Grande Famiglia. Nel suo volto leggo un po’ di stanchezza. La stanchezza di chi, pur restando a casa, ha continuato a lavorare per tutti.

“Questo è il momento del coraggio!” – dice – “il coraggio degli imprenditori, il coraggio di aspettare con responsabilità che passi la fase critica e, allo stesso tempo, rielaborare la ripresa. Prepararsi per ripartire!”
Mentre ascolto le sue parole, leggo un senso di fierezza per ciò che ha creato. Si rattrista nel vedere i suoi uffici vuoti ma lo immagino, seduto alla sua poltrona, sicuro del lavoro dei suoi ragazzi, anche a distanza.

Fiducia. Responsabilità. Armonia. Sono questi gli ingredienti del loro prodotto digitale. Prima ancora di definirlo, prima ancora di crearlo. In Vetrya tutto è come il divenire eracliteo. Stolto colui il quale pensa di bagnarsi due volte nelle stesse acque di un fiume. Il corso di un fiume è come la rete internet che oggi ci tiene connessi e lungo la quale non può scorrere la stessa acqua. Essa si rinnova. E, a detta di Luca, l’innovazione non chiede il permesso. È per questo che non hanno avuto difficoltà a organizzare tutti i lavoratori in smart working. È per questo che, anche nel pieno di questa Pandemia, Luca si impegna, con i suoi, a trovare una soluzione. E non si tratta di business ma di RESPONSABILITÀ D’IMPRESA. E lo si deduce quando, nel suo videomessaggio, parla dei medici, impegnati in prima linea, degli insegnanti che si occupano dei loro studenti a distanza affinché possano sentire il piacere d’imparare fuori dagli schemi attraverso una didattica on-line che sta mettendo a dura prova il sistema scolastico.

E cosa fa Vetrya? Sin da subito, quando ancora le indicazioni governative non impedivano gli spostamenti, organizza un webinar gratuito sullo smart learning, condividendo il know-how su metodi e strumenti utili alla didattica a distanza.
Se da una parte c’è fierezza nel proprio contributo, dall’altra si legge una forte ed amara consapevolezza di quanto sia reale il divario digitale nella nostra Italia. “Esiste una diseguaglianza che è feroce ed ingiusta: l’accesso alla rete! In Italia non tutti i ragazzi hanno un pc e una connessione alla rete”. La sua voce si fa più intima quando parla di alcuni territori che non vengono mai inclusi nei piani di sviluppo, soprattutto dal punto di vista digitale. Intima come quando un contadino si accorge che parte delle sue terre sono state poco curate, per dimenticanza. I ragazzi, il futuro, di ogni angolo di queste terre devono poter essere semi accuditi, con devozione. Proprio come si fa in Vetrya. Perché sono le persone che fanno la differenza. Perché nessuna tecnologia può farcela senza menti eccelse ed aperte. In questo momento, in questa Pandemia, la tecnologia è solo al servizio degli scienziati per poter condividere con rapidità le scoperte. E sarà la tecnologia ad aiutare il Governo a farcela. La stessa che ha permesso, da subito, a tutti i ragazzi di Vetrya a continuare a lavorare in sicurezza, da casa.

Quando parli con Luca non torni mai a “mani vuote” e, anche in questo caso, è così. “Questa brutta storia ci insegna che l’infrastruttura di rete è la priorità di quest’epoca. Servono sì le autostrade, ma quelle digitali che possono permettere ai quei giovani ottimisti di trasformare le bellezze culturali, storiche, geologiche che hanno fatto la storia di questo Paese in valore reale per tutti. Perché in questa era di internet non siamo in uno stato di Pandemia, internet è la PANGEA e chi è fuori da questo mondo è escluso. Manteniamo la lucidità e andiamo avanti”.

La lucidità Luca la mantiene sempre. Credo sia questo che faccia la differenza, assieme al coraggio. Mentre io ero impegnata a raccogliere i “Big Dates” per raccontare Vetrya, lui ne stava già seminando di nuovi.
Si chiama Pj19 ed è firmato Vetrya. Nel momento in cui scrivo è una proposta presentata al Governo. Una soluzione per il tracciamento della diffusione del Covid-19. Un sistema di mapping bastato su IA, per ricavare, con l’ausilio degli smartphone, correlazioni tra individui. Un progetto ambizioso, supportato dal CNIT, che consorzia oltre 37 università e 8 unità di ricerca presso il CNR. È l’Italia che risponde. Vetrya è l’Italia che non si ferma. Nel mio cerchio del “C’era una volta …Vetrya”, Luca è il prodiere instancabile di una Entusiasmante Regata. Adesso è salito sull’Albero per guardare “Oltre”. Con coraggio. Con la sua folle bussola. Con la sua tenacia. Con le sue competenze. Con la sua postura, rassicurante, accogliente. Con la sua eleganza blu Guercino. Un blu che richiama il cielo, l’immensità. Il Guercino, per Amore della sua parte migliore: sua moglie, co-fondatrice di Vetrya. Katia Sagrafena.

(Romina Lardo)

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