Descrizione Progetto

L’azienda non può esser considerata solo come una «società di capitali»;
essa, al tempo stesso, è una «società di persone», di cui entrano a far parte in modo diverso e con specifiche responsabilità sia coloro
che forniscono il capitale necessario per la sua attività, sia coloro che vi collaborano col loro lavoro.

Giovanni Paolo II

Il mio cerchio del “C’era una volta…Vetrya” adesso misura quarantamila metri quadrati. Si trova in Via dell’Innovazione, ad Orvieto. Tanti metri quadrati quanto grande è la necessità di contenere l’eredità. Due Corporate, A e B. Orvieto, come la Firenze rinascimentale. Vetrya, come le botteghe cinquecentesche. Luca e Katia, i migliori mecenati digitali. Digitali, innovatori, folli.

Mentre con la mente ricostruisco il 2013 e i due Corporate, tra le rose incontriamo Katia, co-founder e Direttore Generale di Vetrya.

“Lo senti il profumo delle rose?”

D’improvviso mi riporta a quell’Adesso che nel mio cerchio è un punto bizzarro. Ubiquo. Eravamo tra le rose dell’ingresso e con la testa immersa in chissà quale tempo sospeso. È una bottega magica, quella di Vetrya. Scorre una linfa vitale che ti attraversa e ti connette. Non solo digitalmente. Ti abbraccia, non solo passionalmente. Ma anche visivamente. Lo senti nell’installazione permanente che l’artista Marco Mila ha pensato per Vetrya. Trecento cinquanta fasce di policarbonato alveolare di forma circolare. Azzurro e verde. Connesse tra loro. Mai uguali ma mai separate. Perché “We are all connected”. Empaticamente, atomicamente, tecnologicamente. La traslucidità del materiale permette alla luce solare di infrangersi e ridisegnare lo spazio, riempendolo e fluttuando. Tanti abbracci, tanti cerchi. Ognuno con una individualità specifica, definita ma condivisa. Un impatto visivo che non solo distrae Mozart dal suo senza tempo concerto orvietano ma catapulta la Rupe in un presente, coniugato al futuro. Un futuro che è passato da lì.

Marco Milia. We are all connected

Marco Milia. We are all connected

Ubiquità. È questo il dono che ricevi al Campus. Ero nella mia immaginaria “Cella” con Luca. E mi ritrovo con Katia al centro della Bottega. Non sono certa di essermi congedata da Luca. A volte ho la sensazione che il loro Amore faccia confondere gli interlocutori a tal punto che diventa quasi impossibile ricordarsi quale fra queste due folli anime t’abbia condotto nel viaggio. Quello che posso affermare con certezza è che la sensazione è sempre quella di essere al posto giusto. O nei posti giusti.

Ubiquità. È questo il dono che ricevi nella Bottega. Me ne convincevo ogni volta di più. Mai avrei, però, pensato di immaginare Leonardo Da vinci, proprio lì in Vetrya. Sarà che questa latenza che il 5G cerca di ridurre mi ha confuso un po’ le idee ed entrando nella Detox area del Campus, al posto dei dispositivi, volontariamente depositati all’ingresso, ho creduto si potesse collegare passato e presente, per scrivere il futuro. O sarà che, visualizzando le Botteghe cinquecentesche, ho creduto di sentire lo sfregarsi di dita che fanno ballare gessetti nella tasca della “veste da lavoro” e ho quasi sentito l’odore della polvere bianca del marmo scalpellato che, diffusasi ovunque, m’impediva di distinguere i colori dei tappetti della Detox Area. In preda ad una sinestesia, sembrava che quel bianco si ricomponesse nel genio barbuto, allievo del Verrocchio. Era il 1462 quando Leonardo Da Vinci entrò nella bottega del grande scultore e pittore fiorentino. Una raffinatezza aristocratica delineava, con mille sfumature, un vero e proprio Talent Scout. Sì, perché la Bottega non era solo un luogo di trasmissione del sapere. Non era solo un assistere ad una lezione del Maestro. Era condivisione. Era sperimentazione. Era iniziativa. Era imprenditorialità. Ponte tra il Rinascimento eroico di Donatello e Spirito Moderno di Leonardo, Verrocchio fu considerato l’inventore del linguaggio artistico ai tempi di Lorenzo il Magnifico. Un linguaggio esportato. Come made in Italy. Come una nuova interpretazione della realtà. Un nuovo modello di organizzazione del lavoro. Dare libero sfogo alla creatività; supportare gli apprendisti con un sapere che spaziava dalla tecnica all’oreficeria, dalla religione alla letteratura, dalla filosofia alla scienza, all’astronomia. Nuove forme di comunicazione e linguaggio. Nuove “tecnologie” che realizzavano un prodotto unico ed irripetibile. A pensarci, diversamente, avrebbe mai trovato terreno fertile la genialità di Leonardo? Ed, in questa mia sinestesia momentanea, dev’essere stato incuriosito dal suono delle dita sulla tastiera, colonna sonora vetryese. Chi, come Lui, ha conosciuto quel centro di creatività fiorentino non può che “scegliere” Vetrya che, come quella Verrocchio, nasce come centro d’innovazione. Sì, dal 2010 ad oggi. Una Bottega 4.0, i cui “maestri” hanno la capacità di individuare i talenti, dando loro non solo un ambiente favorevole allo sviluppo della creatività ma la possibilità di riconoscere quel talento attraverso un viaggio introspettivo ed un approccio maieutico e, direi, archeologico, scavando in un Sé ricco di potenzialità. Recuperandole e portandole alla luce.

Ubiquità. Questo è il dono che ricevi nella Bottega. Continuavo a ripetermelo. I mecenati orvietani hanno reso ubiquo nel tempo Leonardo Da Vinci.

“Ubiquo. Anatomia del pensiero” a cinquecento anni dalla sua morte, nella bottega in via dell’Innovazione, si rinnova l’esperienza delle proporzioni vitruviane. Uno spazio in cui Lucrezia Zaffarano e Andrea Sartori, in installazioni multisensoriali e multidisciplinari, riaprono un dialogo con il passato. Come una porta nel mondo parallelo. Luce, ombra. Bianco, nero. Presenza, assenza. Fissità della struttura, dinamicità dei suoni e delle immagini. Dinamicità che si attiva se all’interno di quel microcosmo interviene l’uomo. Rinascita, umanesimo. Tecnologia che abbraccia l’arte e la sorregge. Perfezione ed armonia nell’anatomia del celebre uomo vitruviano. Ancor più perfezione nel Pensiero, di cui l’uomo è depositario.

Ubiquo

Ubiquo

Ubiquità. Questo è il dono che ricevi nella Bottega. Già mentre chiedevo a Luca cosa fosse per lui il Pensiero, energeticamente mi conduceva al sogno di Ubiquo. E, quasi certamente, in quella latenza necessaria a riconnettermi, deve aver suscitato l’attenzione di colui il quale, provando a volare, non ha mai smesso di guardare in alto.

I mecenati di Orvieto, Luca e Katia, lo fanno per Amore. Per cura. La cura dei loro “allievi”. Della loro crescita professionale e culturale. Per la cura del genere umano, perché “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Del consiglier fraudolento, Ulisse, loro ereditano la forza di oltrepassare le colonne d’Ercole. Con la tecnologia la esplorano, con la cultura la interpretano ma con il cuore ci portano chiunque li incontri. E quell’Oltre è sempre il posto migliore.

La bottega Vetrya di quaranta mila metri quadri è quotata su Mercato Alternativo del Capitale AIM Italia organizzato e gestito da Borsa Italiana. È riconosciuta leader di innovazione ed oggi è presente non solo in Italia ma anche negli Stati Uniti, in Malesia, in Brasile, in Spagna

Un’espansione che catturerebbe l’ammirazione di un altro dei grandi artisti rinascimentali, Il Perugino. Umbro, come il Campus. Internazionale, come Vetrya. Il “Divin Pittore” che diventa imprenditore. Capacità logistiche e di gestione, standardizzazione del prodotto e velocità nell’esecuzione portarono il Perugino fuori dai confini nazionali. Come una multinazionale. Efficienza, innovazione incrementale e focalizzazione dell’obiettivo fanno della bottega del Perugino un modello a cui ispirarsi. Ma l’internazionalizzazione del Perugino aveva il chiaro intento di non snaturare l’Essenza della sua Arte. Di non tradire quella linea immaginare sulla quale viaggiavano le loro idee, i loro stili, le loro inclinazioni, i loro valori. Una cultura aziendale, diremo oggi. Una sorta di stendardo in grado di essere riconoscibile, ovunque. Così Vetrya si occupa e si preoccupa di diffondere i suoi valori in tutte le sedi. Affinché il collaboratore di Vetrya sia lo stendardo stesso. Riconoscibile, come centro d’imputazione, ovunque si trovi, di tutti i programmi pensati per il suo benessere, per la sua formazione, per la sua cultura, artistica, scientifica ed umanistica. Una cultura onnicomprensiva di cui Vetrya si fa carico. Perché il prodotto del “futuro futuribile” è un sogno che i Mecenati di Orvieto intendono condividere, soprattutto con chi lavora con loro. È per questo motivo che a differenza di quanto faceva il Perugino, che riservava a sé le parti più importanti dell’opera lasciando agli allievi quelle meno rilevanti, i “maestri” della Bottega orvietana, invece, puntano a far diventare ogni prodotto di Vetrya, sinonimo di qualità ed eccellenza, anche delegandolo ed affidando ai loro “artisti” le parti essenziali. Un po’ come successe a Raffaello Sanzio. Dotato di animo nobile, aspetto gentile e un talento nella pittura senza eguali riuscì a trasformare se stesso come un “prodotto” da vendere. Nessun controllo sui suoi allievi. La sua empatia, il suo approccio positivo alla vita, la sua elegante accoglienza della creatività altrui gli permisero di creare uno stile riconoscibile che inglobava tutte le sfumature a tal punto che le opere potevano essere eseguite dai suoi allievi in totale autonomia. Perché era riuscito ad infondere in loro la sua visione, il suo sogno. Con devozione. Con entusiasmo. Con l’esempio. Il suo laboratorio artistico aveva un’organizzazione tale da consentire la gestione dei numerosi incarichi in maniera rapida garantendone sempre un livello qualitativo alto. Un imprenditore lungimirante e stratega. La strategia, in lui, ha a che fare con la scelta di artisti talentuosi e con la capacità di studiare le tecniche esistenti, per superarle. E, superandole, creava nuovi stili riconoscibili e a lui, e solo a lui, imputabili. E la Bottega orvietana 4.0 ne eredita la visione. Di un sogno. Del futuro. Di un insieme che supera l’esistente ed anticipa persino l’immaginazione. Creandola. Interpretandola. Definendola. Condividendola. Innovandola. Rendendola ripetibile nella sua Unicità. Esportandola. Rendendola riconoscibile.

Innovazione e riconoscimenti. La Bottega orvietana è come una tavolozza di colori sapientemente rovesciata. Volutamente rovesciata. Pennelli, scalpello e tele nel Campus come in ogni parte che i colori raggiungo. A testimoniare ciò  importanti riconoscimenti.

Gli anni del digitale, come durante il Rinascimento del Cinquecento, sono una vera e proprio rivoluzione. Rivoluzionare, voce del verbo Innovare. E la Bottega in Via dell’Innovazione si fa notare. In fondo anche le Botteghe cinquecentesche ebbero il suo Eco nazionale.

Una Bottega di quaranta mila metri quadri che produce Idee. Idee che interagiscono con l’Ecosistema di cui ne fanno parte.

Quaranta mila metri quadri di pixel che, con un po’ di immaginazione, visti dalla Rupe, dall’alto della sua Storia, disegnano il futuro.

Umano. Digitale. Abitabile. Firmato Vetrya.

(Romina Lardo)

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